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Primarie Usa: aspettando i superdelegati  
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29 Febbraio 2008

Dodici Stati non hanno ancora svolto le elezioni primarie del Partito Repubblicano, ma  è quasi certo che il senatore John McCain ha già in tasca la nomina del suo partito. Nel caso del Partito Democratico si tratta di un’altra storia. Barack Obama e Hillary Clinton sono bloccati in un braccio di ferro che si risolverà solo con i superdelegati.
Dato che nessuno dei due candidati del partito dell’asinello può vincere  2.025 delegati, la corsa sarà decisa dai 795 superdelegati. Chi sono questi individui? Si tratta in generale dell’establishment del Partito Democratico, cioè governatori, senatori, parlamentari, dignitari e funzionari di partito. Il sistema dei superdelegati fu creato  dopo l’elezione presidenziale del 1980 per dare una voce ai big del partito e assicurarsi che non vi siano problemi alla Convention.
Secondo la Associated Press, 256 di questi superdelegati appoggerebbero l’ex first lady mentre 156 sarebbero nel campo di Obama. Questi numeri non sono permanenti dato che molto può succedere fino alla Convention democratica in agosto di quest’anno.  Alcuni cambiamenti sono già avvenuti. Il più visibile è naturalmente quello di John Lewis. Il parlamentare dello Stato della Giorgia, che aveva annunciato di sostenere Hillary Clinton, ha detto recentemente che voterà per Obama. Si tratta di una defezione notevole per l’ex first lady perché Lewis è uno dei leader più influenti del caucus afroamericano del Congresso.
I superdelegati non sono obbligati a votare in un modo o nell’altro ma già sono cominciate le polemiche. Hillary Clinton ha annunciato che i superdelegati dovrebbero votare per chi sarebbe il miglior presidente, suggerendosi come tale data la sua lunga  esperienza. Obama invece si è pronunciato per l’idea che i superdelegati dovrebbero riflettere la voce del popolo e votare per il candidato che vince più delegati mediante le primarie e i caucus. Questi al momento sarebbe lui stesso.
Il momentum,  ossia lo slancio del successo, sembra favorire Obama specialmente se si considera il numero di Stati vinti dal senatore dell'Illinois e il numero di delegati già conquistati. L’ex first lady ha il vantaggio di essere più conosciuta e naturalmente i contatti stabiliti da una ventina di anni dal marito con l’establishment del partito, la favoriscono.
 
Alcuni fra i più noti dei superdelegati come John Kerry e Ted Kennedy si sono già schierati con Obama. Un altro dei big, Bill Clinton, naturalmente sostiene la moglie. Gli altri nomi più noti, Al Gore e Jimmy Carter, stanno aspettando per vederci più chiaramente.
John Edwards, il terzo candidato maggiore del Partito Democratico, il quale ha sospeso la sua campagna, è stato corteggiato da ambedue Hillary Clinton ed Obama. Il supporto di Edwards sarebbe prezioso perché oltre al suo voto di superdelegato personale potrebbe consegnare i delegati vinti a uno dei due ancora in lizza. Allo stesso tempo il sostegno di Edwards apporterebbe non pochi voti dell’ala sinistra del partito che formava il punto di forza della sua campagna.
 Le primarie del Texas e dell’Ohio il quattro marzo potrebbero essere decisive. Se Hillary Clinton non vince questi due Stati ci sono buone probabilità che l’ex first lady getti la spugna e lasci il campo a Obama. Ecco cosa ha suggerito il marito Bill Clinton recentemente.
Ovviamente sarebbe difficile per i superdelegati di votare per il candidato che vincerebbe meno delegati nel corso delle primarie. In tal caso ci potrebbe essere una rivolta alla Convention  e creare un caos che darebbe l’immagine di un partito squilibrato ed incompetente di governare i fatti suoi e di conseguenza  incapace di governare la nazione intera. Inoltre se come previsto finora Obama dovrebbe vincere più delegati della Clinton e i superdelegati le offrirebbero la nomina, gli afroamericani e gli altri sostenitori di Obama si sentirebbero defraudati e non andrebbero alle urne. Ciò potrebbe riconsegnare la Casa Bianca al Partito Repubblicano.

Domenico Maceri / Le Notizie USA



 
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