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Wednesday, November 12, 2008
 

BLITZ ANTIMAFIA

Arrestati nove boss:
preparavano omicidi

Palermo, grazie alle intercettazioni è stato prevenuto l'omicidio di tre ladruncoli, ma molti altri erano 'a rischio'. Preso anche il numero 76 nei 'pizzini' di Provenzano

Provenzano Palermo, 23 giugno 2007 - C'è anche il boss di Prizzi Tommaso Cannella, 67 anni, già condannato come capo della cosca del paese dell'entroterra palermitano, fra le 9 persone fermate questa notte dai carabinieri del Comando provinciale e della Compagnia di Termini Imerese.

Cannella era libero dopo aver finito di scontare la pena: secondo i pm Michele Prestipino e Lia Sava avrebbe avuto il ruolo di supervisore dei rapporti mafiosi nell'ambito della provincia, al cui interno avrebbe avuto funzioni direttive.

 Anche altri dei coinvolti nell'operazione antimafia erano già stati arrestati, condannati e avevano espiato le condanne, tutte di portata ridotta, grazie al rito abbreviato e ai concordati di pena in appello: si tratta di Giuseppe Libreri, 58 anni, ritenuto il capo della famiglia mafiosa di Termini Imerese, e di Vincenzo Salpietro, 64 anni, di Trabia. Gli altri arrestati sono invece nomi nuovi, nella galassia mafiosa: Giuseppe Bisesi, 31 anni, termitano come Liborio Pirrone, 70 anni, e Fabrizio Iannolino, 39 anni. Tra i fermati anche Francesco Paolo Balistreri, 42 anni, palermitano come Biagio Esposto Sumadele, 29 anni, ed Emanuele Cecala, di 30 anni.

LE INTERCETTAZIONI

 Preparavano un omicidio da realizzare proprio in questi giorni. In una conversazione intercettata il 18 giugno, lunedì scorso, Giuseppe Bisesi e Giuseppe Libreri, l'emergente e il capo della famiglia mafiosa di Termini Imerese, si esprimevano inequivocabilmente nei confronti di tre ladruncoli ritenuti responsabili di una serie di furti nella zona di loro competenza e protezione mafiosa: «...Già i coglioni sono arrivati a terra...», dicevano, «da quello che hanno combinato. là se ne devono andare..! da quello che hanno combinato là se ne devono andare!... Non può passare questa cosa in cavalleria (nel senso che non si poteva soprassedere, ndr) ... Almeno uno se ne deve andare!... A che arriva la mano nel cielo.. na allibbirtamu (ci liberiamo, ndr) subito, subito...».

 E poi un riferimento quanto mai sinistro, visto che la settimana scorsa è stato ucciso a Palermo il boss Nicolò Ingarao: «In questi giorni quagghiamu» (quagliamo, concludiamo, ndr).

È anche in questa conversazione captata pochi giorni fa l'estrema urgenza prospettata dai Pm Michele Prestipino e Lia Sava al Giudice delle indagini preliminari - che adesso dovrà decidere se convalidare o meno i fermi - e che ha portato all'esecuzione degli arresti di questa notte, eseguiti dai carabinieri del Nucleo operativo del Comando provinciale e della Compagnia di Termini Imerese.

Segnali di vitalità insospettata, in un momento in cui alcuni inquirenti parlano di crisi o di sconfitta della mafia militare. Una delle possibili vittime, secondo la ricostruzione degli investigatori , era, fra gli altri, Silvio Napolitano, pregiudicato per reati contro il patrimonio, scarcerato il 12 marzo grazie all'indulto.


Napolitano, 50 anni, subito dopo essere tornato in libertà, si era inizialmente detto preoccupato per un omicidio avvenuto ai danni di un altro presunto ladruncolo, Giovanni Piazza Palotto, ucciso il 6 novembre del 2000 per via di alcuni furti non «autorizzati» dalle famiglie mafiose. Secondo Libreri e Bisesi, che ricordavano a loro volta quell'omicidio come esemplare («Dopo non si è mosso più nessuno») Napolitano aveva, fra l'altro, un passato di «pentito e carabiniere» perchè per pochi giorni aveva fornito notizie alle forze dell'ordine, dopo un precedente arresto. I due capimafia si manifestavano alquanto risentiti per la situazione, che rischiava di mettere in discussione il predominio di Cosa Nostra: «Non c'è più dignità, ragazzi, è rimasto solo un gruppo di fumeri.
(immondizia, ndr)».

Stando ai risultati delle indagini, altre persone a rischio erano Nicasio Salerno detto «lo Scianca», assieme a quella che, chiosano i carabinieri, è una vera e propria «lista di personaggi che devono essere soppressi».
Salerno, già il 23 agosto di due anni fa, era stato vittima di un attentato: due persone gli avevano sparato vicino casa sua.

E nelle conversazioni intercettate, i militari ascoltano i boss che dicono che Nicasio Salerno «è stato emarginato da tutti, sia a Caccamo che a Bagheria e a Misilmeri e che uno dei suoi amici, identificato dai militari come Giovanni Quartararo, era già stato assassinato e che quindi anche la »sua candela è spenta«. Un'espressione sinistra con cui avrebbero voluto dire che i suoi giorni stavano per finire.

FEDELI A PROVENZANO

Dalla seconda lettera in poi aveva ricevuto il fatidico numero, il 76, che significava ammissione nella cerchia ristretta delle persone più vicine allo «Zio Binu», Bernardo Provenzano. Ma nelle prime comunicazioni con l'ex superlatitante di Cosa nostra, Giuseppe Bisesi, 31 anni, si era firmato per esteso, aggiungendo anche alcuni dati personali necessari per farsi identificare da Provenzano: «Sono il nipote di quello che ha conosciuto al Pagliarelli, cioè il nipote di Ignazio Ribisi di Palma di Montechiaro».

Più chiaro di così non sarebbe potuto essere, Bisesi, intenzionato a dimostrarsi fedelissimo dello «Zio» e a guadagnare punti su punti rispetto agli altri: aveva avuto contatti con Nino Rotolo, il boss di Pagliarelli ritenuto il capo della 'triadè mafiosa, arrestato esattamente un anno fa nell'operazione 'Gotha«, ma anche - attraverso i figli del boss - con Tommaso Cannella, indicato con la sigla convenzionale, ma facilmente comprensibile, Masino Cnn.

 Le lettere di Bisesi, ritrovate nel casolare di Montagna dei Cavalli in cui Provenzano fu catturato, l'11 aprile 2006, si sono rivelate una miniera di informazioni, per i carabinieri, e in alcuni passaggi valgono più di un trattato di sociologia della mafia: "Gli volevo informare - scriveva testualmente l'8 ottobre 2005 - per quanto riguarda la mia zona cioè Termini-Trabia ecc... Da quando Giuffrè si è pentito e dopo hanno arrestato Totuccio Rinella, qui non si è capito per un pò di tempo più niente. Una confusione totale...".

 Bisesi lamentava l'invadenza di due palermitani con radici a Termini e a Trabia, Fabrizio Iannolino e Liborio Pirrone, un bancario in pensione: i due si sarebbero »presentati« come gestori del pizzo nei due paesi, ma sarebbero stati »cacciati« dai mafiosi di Trabia, mentre a Termini sarebbero riusciti a insediarsi, »per le difficoltà degli arresti che ci sono stati".

Ritenendosi al sicuro, nell'inviare pizzini a 'Binù, l'indagato parlava con nomi e cognomi dei nuovi capi della mafia, ricordando ad esempio che con l'arresto di tutta la famiglia dei Rizzo di Cerda e Sciara, sarebbe stato lui ad occuparsi delle famiglie locali. A Cerda - paese della pentita Carmela Rosalia Iuculano - erano però tornati in auge i Biondolillo. Ma dopo l'arresto di Giuseppe Biondolillo, ex sindaco dc del paese, condannato all'ergastolo per un duplice omicidio, la situazione era ripartita da zero. Scrivendo a stampatello, in un italiano a tratti caratterizzato da strafalcioni, Bisesi si diffondeva in elogi del capomafia: «Io non faccio un passo se non lo sa lei in persona. Lei a me non mi conosce, lo so, ma mio zio e gli altri carcerati, mi hanno detto che non devo camminare se non l'ho sa lei».

E la confusione sempre più vasta, provocata da arresti e processi, aveva lasciato il segno: «Comunque se lei mi mandasse a dire che sono i veri amici nostri perchè non si capisce più chi sono i veri amici nostri. La prego non ci abbandoni siamo nelle sue mani, e siamo pronti a dare la vita per lei, come i figli fanno per il loro padre».

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