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Dieci anni senza Versace:
"Gianni ucciso dalla fama"
di Daniela
Fedi -
Milano - «Sono
terrorizzata, se sbaglio qualcosa Gianni è capacissimo di farmi
cadere il lampadario della Scala in testa". Donatella Versace,
nel turbine dei preparativi per il decennale della morte del
fratello, è in preda alla più profonda emozione. Ricordi,
rimpianti, presagi e rivelazioni si mescolano nelle sue parole
permettendoci di aggiungere nuovi dettagli a questa storia. Che
in sé contiene tutti i generi narrativi: dalla fiaba al giallo,
dal romanzo alla tragedia. Domenica 15 luglio, a dieci anni
esatti dalla morte avvenuta a Miami per mano del serial killer
Andrew Cunanan, lo stilista verrà ricordato alla Scala di Milano
con uno spettacolo appositamente ideato da Maurice Bejart:
"Grazie Gianni, con amore". Oltre a un esercito di celebrità
come Jessica Alba ed Elizabeth Hurley, alla serata
parteciperanno tutte le persone che hanno contribuito alla
leggenda di questo grande creatore: dai 580 tra dipendenti e
collaboratori alle top model tipo Naomi, Claudia Shiffer e
Marpessa. In prima fila la famiglia al gran completo a
cominciare da Allegra, nipote ed erede universale di Gianni,
figlia primogenita di Donatella.
Perché tanta paura di
ricordare?
«Ricordo mio fratello tutti i giorni più volte al giorno.
Stavolta però il mondo lo ricorda con me: deve essere tutto
perfetto. Non so se esiste l'Aldilà, ma in ogni caso vorrei fare
qualcosa che Gianni approverebbe».
Cosa ricorda di quel giorno
maledetto?
«Ero inebetita dal dolore, mi sembrava che il mondo avesse
smesso di girare. Non ho alcuna memoria del viaggio: 10 ore di
volo su un aereo privato. Sono arrivata con mio fratello Santo
alle tre e mezza del mattino nel posto in cui avevano portato
Gianni. C'era solo il suo corpo lì e decine di poliziotti a
sorvegliare l'edificio. Gli investigatori sono stati
meravigliosi: hanno fatto il loro dovere con grande sensibilità».
Ha perdonato l'assassino?
«C'è poco da perdonare: si è ammazzato dieci giorni dopo. Certo
non me ne sono fatta una ragione. Gianni è stato ucciso per la
sua celebrità, come John Lennon. Cunanan era ossessionato da lui:
quando è morto indossava un paio di mutande con la scritta
"Gianni Versace" sull'elastico e accanto aveva una camicia
stampata dell'ultima collezione. L'ho visto sulle foto che mi
hanno mostrato gli agenti dell'FBI, ma ancora oggi fatico a
crederci. Eppure so bene che ci sono un sacco di squilibrati in
giro: dopo i fatti di Miami ho ricevuto delle lettere anonime
che mi hanno fatta vivere nel terrore per me stessa e per la mia
famiglia».
Gianni non aveva paura?
«Purtroppo no. Due settimane prima della tragedia aveva
licenziato le guardie che controllavano l'accesso a Casa
Casuarina. Non me l'aveva detto perché altrimenti sarei
intervenuta: quel quartiere era pericoloso, pieno di ubriachi e
drogati a tutte le ore del giorno e della notte. Se ci fosse
stato qualcuno a sorvegliare il cancello, forse si sarebbe
accorto che mio fratello era seguito. E l'avrebbe salvato».
È il suo più grande rimpianto?
«Uno dei tanti. Non ho risposto alla sua ultima telefonata e ho
impedito che i miei figli lo raggiungessero a Miami. Alla luce
di quel che è successo, ringrazio il cielo. Però so di avergli
negato la felicità di trascorrere una vacanza con Allegra e
Daniel».
Sono stati felici i suoi
ultimi anni?
«Non tanto. La lotta con il tumore all'orecchio era stata
tremenda: disperava di farcela. Solo sei mesi prima di morire i
medici gli avevano detto: all clear, tutto superato. Ha avuto
poco tempo per godersi questa gioia.
C'è qualcosa di Gianni che ha
sempre con sè?
«L'ultima cosa che ha toccato: le chiavi della casa di Miami. È
morto con queste in mano e da allora non me ne separo mai».
Dei vostri amici chi le è
stato più vicino?
«Sono accorsi tutti, ma forse Elton John è quello che ha capito
meglio degli altri l'incolmabile voragine che si è aperta nella
mia vita. Gianni non era solo un fratello per me: eravamo
complici, amici, legati a doppio filo fin dalla più tenera età.
Ne abbiamo fatte di tutti i colori insieme, mi sono divertita
come una pazza con lui».
La cosa più importante che le
ha insegnato?
«Il senso della famiglia e del lavoro. Era un grande patriarca e
un professionista insuperabile».
Pesa il confronto con un
simile genio?
«Ho dovuto imparare a reggere la pressione. Ma ogni volta è una
lotta con me stessa. Per esempio non mi sarei mai aspettata di
provare tanta emozione nel lavorare con Bejart. L'ultimo
contatto fisico che ho avuto con mio fratello è stato quando mi
sono seduta accanto a lui mentre Maurice preparava Naomi per il
finale di "Barocco Bel Canto" nei giardini di Boboli a Firenze».
Difficile dimenticare quella
scena: Naomi sparò un colpo a salve proprio verso Gianni. Come
mai?
«È stata una tragica fatalità: Naomi doveva
puntare l'arma di fronte a sé e invece si è girata. Certo i
presagi non sono mancati, l'ultima collezione era piena di abiti
ricamati a grandi croci bizantine. Ma nella nostra famiglia
succede sempre così: le cose ci arrivano addosso e solo dopo
riusciamo a leggere i segni premonitori. Anche mia madre è morta
all'improvviso per un attacco di cuore. E non parliamo di mia
sorella Tina, stroncata da una terapia sbagliata nel breve arco
di un giorno. Aveva 12 anni, era caduta ferendosi al ginocchio
durante una festa di carnevale e il medico non capì che aveva
contratto il tetano. Le somministrò una medicina potente e il
suo cuore ha ceduto. Io non l'ho mai conosciuta, sono nata dopo
forse per consolare la famiglia. Ma Santo e Gianni erano
affezionatissimi alla sorella maggiore».
Ne avete passate tante in
famiglia e in azienda. Adesso le cose si sono sistemate?
«Sembra finalmente di sì, ma è solo l'inizio. Abbiamo ancora
tanto lavoro da fare. Però possiamo farcela: siamo una famiglia
e un'azienda davvero eccezionale».
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