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Così il
Cavaliere prepara già il dopo-Prodi
di
Gian Maria De Francesco - il Giornale
da Roma
La fine del governo Prodi è vicina. Anche ieri il leader della Cdl, Silvio
Berlusconi, ha ribadito questa sua ferma convinzione nel corso
di un incontro con il presidente della commissione Difesa del
Senato, Sergio De Gregorio. Ci sono i presupposti per «un voto
clamoroso in autunno» a Palazzo Madama, ha sottolineato il
presidente di Forza Italia. Ovviamente, il successo della
manovra dipenderà dalla capacità di fare presa su quei senatori
di area moderata che intendono sottrarsi ai ricatti della
sinistra radicale. Le modalità della crisi si vedranno: elezioni
subito o governo elettorale sono opzioni allo studio.
E dopo che cosa potrebbe succedere? Con quali prospettive la Cdl
affronterebbe la nuova stagione politica? E soprattutto con
quali umori dopo che Berlusconi mercoledì scorso ha espresso
riserve sulla possibilità che l’attuale bipolarismo «consenta al
Paese di essere governato». Certo, il Cavaliere ha voluto
criticare l’eccessiva frammentazione della maggioranza di
centrosinistra. Ma è apparso chiaro il riferimento ai cinque
anni a Palazzo Chigi, «condizionati» da alleati più coesi
sebbene ugualmente pretenziosi.
Allo stesso modo, è apparsa chiara la presa di distanza
dall’impeto referendario di An in favore di una riforma della
legge elettorale tutta parlamentare. Parole che hanno pesato non
poco nelle relazioni con via della Scrofa al punto che Andrea
Ronchi, portavoce di Gianfranco Fini, ha puntualizzato che
«Berlusconi è e sarà il leader, ma non può pensare di trattare
An come un partito di serie B. An non è né una caserma né
un’azienda».
Non c’è nessun paradosso. Il leader della Cdl resta convinto
assertore dell’alternanza senza aree predefinite di
governabilità di democristiana memoria. Immutata la volontà di
tenere unita la coalizione. Ma ci sono dei distinguo.
«Berlusconi - spiega il vicecoordinatore azzurro Fabrizio
Cicchitto - ha detto che il bipolarismo è in crisi per le
contraddizioni della sinistra. È comunque singolare che abbiamo
ricevuto lezioni in materia da An che nel quinquennio al governo
fu determinante negli strappi sulla verifica, sulla sostituzione
di Tremonti e sull’attacco a tre punte».
La strada, aggiunge Cicchitto, è
rappresentata da «una modifica della legge elettorale che
introduca un premio di maggioranza al Senato su base nazionale e
uno sbarramento al 5%, mentre l’extrema ratio è una delle
molteplici varianti del sistema tedesco con un orientamento
bipolare come proposto anni fa da Giuliano Urbani». Dal
referendum uscirebbe «il peggio del peggio: due schieramenti con
il potere di ricatto dei piccoli immutato». Motivo per cui
l’asse referendario tra Fini-Segni-Di Pietro non ha riscosso
particolari consensi.
Una soglia di sbarramento più elevata consentirebbe di
cancellare i partitini dello «zero virgola» e consentirebbe di
riavvicinare ulteriormente l’Udc («Fini difende la propria
convenienza», ha detto ieri Casini) e fare da polo di attrazione
verso i centristi-moderati dell’Unione (vedi alla voce Mastella).
«Bisogna puntare alle cose concrete con proposte che vanno al di
là degli schieramenti», sottolinea il senatore azzurro Lucio
Malan. «Berlusconi pensa già al dopo-Prodi - puntualizza il
deputato Osvaldo Napoli (Fi) - e la modifica della legge
elettorale sarà molto leggera. Mastella? Ha capito che quella
non è più la sua casa».
Insomma, Berlusconi ha una strategia precisa: rigore
programmatico, compattezza e meno politica politicante. Un
discorso ecumenico, che ribadisce la forza della sua leadership,
e che, per il momento, sembra far passare in secondo piano il
partito unico del centrodestra. «Temo che nel centrodestra non
lo si voglia più fare», ha puntualizzato Gianni Alemanno (An)
chiedendo il riconoscimento giuridico dei partiti e dei
sindacati previsto dalla Costituzione. Scaramucce. Il Cavaliere
ha di nuovo colpito nel segno se da una parte Fini ha precisato
che con Berlusconi c’è stato un «chiarimento» e che la nuova
legge elettorale deve garantire «governabilità e
rappresentatività». Mentre dall’altra Casini si è detto pronto
ad «andare oltre l’Udc».
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