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Wednesday November 12, 2008     


"Hanno detto che erano uomini di Abu Sayyaf e che mi prendevano per i soldi" "Il mio cuore è nella mia parrocchia e con i bambini di Payao"

Padre Bossi: "Rapito perché italiano"
Pesce e riso: il racconto della prigionia

Il missionario non vuole tornare subito in Italia. Ha incontrato il presidente Arroyo - Il Papa telefona a Prodi e "ringrazia" l'Italia. I messaggi di Napolitano e di Bertinotti

Fonte: Repubblica
<B>Padre Bossi: "Rapito perché italiano"<br>Pesce e riso: il racconto della prigionia </B>

la conferenza stampa di padre Bossi

 

MANILA - "Mi hanno rapito perchè sono italiano". Il giorno dopo la liberazione Padre Bossi parla a Radio Vaticana, e rivela che i sequestratori volevano solo soldi, soldi per poter comprare le armi. Il religioso, dunque, era un obiettivo interessante perché "il governo di Roma avrebbe cercato in tutti sensi la sua liberazione".

Volto scavato, molto dimagrito, gli occhi stanchi, un "vecchio" rispetto all'uomo robusto di 39 giorni fa, prima del rapimento, padre Bossi si concede ai microfoni dei giornalisti filippini, che lo hanno atteso nel posto di polizia di Zamboanga, la città nel sud delle Filippine capitale della regione dove il missionario è stato rapito il 10 giugno. "Il mio cuore è rimasto a Payao, voglio tornare dai miei bambini e dai miei parrocchiani" sono state le prime parole del sacerdote di Abbiategrasso.

"Il mio cuore a Payao"
- E' il suo primo desiderio nonostante la prigionia di 39 giorni fatta di marce forzate nella giungla e di pasti a base di sale, riso e pesce. Adesso, in questo posto di polizia in mezzo alla vegetazione della jungla e a soldati in divisa, il missionario, 57 anni, siede a un tavolo, manda giù pezzettini di pane e sorseggia caffè. "Voglio tornare ad aiutare la mia gente" dice mescolando inglese al visayan, la lingua locale: "I miei rapitori mi hanno assicurato che non mi prenderanno di nuovo e ho gia parlato con la mia famiglia e li ho avvisati che voglio restare qui per un pò prima di tornare in Italia". Il Vaticano, intanto, fa sapere che il missionario resterà nelle Filippine almeno fino al 5 agosto, dopodichè deciderà se rientrare in patria o meno.
I sequestratori -
Padre Bossi parla anche dei suoi sequestratori. "Ho memorizzato il loro viso. Mi dicevo, se ne vedo uno nei paraggi, vado alla polizia e dico: è lui uno degli uomini che mi ha sequestrato". E' ancora un mistero se il 10 giugno, mentre era nei pressi della sua parrocchia a Payao, sull'isola di Mindanao, sia stato rapito da un gruppo di ribelli locali e da una cellula legata ad Abu Sayyaf, il più feroce luogotenente di Al Qaeda in Estremo Oriente. Padre Bossi rivela un dettaglio: "Erano armati e si sono presentati come appartenenti al gruppo di Abu Sayyaf". Ma potrebbe essere un'informazione falsa, data apposta per depistare le indagini. Molti indizi infatti portano a sospettare il Fronte Moro per la liberazione islamica (Fmli), il principale gruppo separatista delle Filippine. I sequestratori prendevano ordine da qualcuno mediante il cellulare e avevano chiesto un riscatto di un milione di dollari per finanziare un'operazione di guerriglia. "Ero lo strumento nelle loro mani per raccogliere denaro. Quando mi hanno preso me lo hanno detto, ti prendiamo per i soldi" ha spiegato aggiungendo anche i nomi di tre dei suoi rapitori (Abu Khalid, Abu Jari e Abu Biya).

"Mi sento responsabile" - Padre Bossi ha detto di sentirsi "responsabile" per la morte dei quattordici militari fillippini che, all'inizio del mese, erano impegnati a cercarloo ed sono rimasti vittime di un' imboscata.I quattordici marines facevano parte di un gruppo di cinquanta soldati che si era addentrato, lo scorso 10 luglio, in cerca di padre Bossi nel territorio controllato dal Fronte Moro di Liberazione Islamica (Fmli), nelle immediate vicinanze del villaggio di Tipo Tipo, a circa 950 chilometri a sud di Manila, nell'isola di Basilan. Circa trecento miliziani del Fmli avevano creduto che l'esercito avesse sferrato un attacco e, nonostante la tregua, hanno aperto il fuoco. "Voglio incontrare le loro famiglie, cercherò di vedere cosa posso fare per aiutarli" ha aggiunto padre Bossi.

Nessun riscatto - Gli investigatori e le autorità filippine, che ancora tacciono sulla natura del gruppo che ha sequestrato il missionario, si affrettano invece a dire che non è stato pagato alcun riscatto. Padre Bossi poi è arrivato a Manila dove ha incontrato il presidente Gloria Arroyo.

Messaggi e ringraziamenti - Da ieri sera, quando intorno alle 21 è diventata ufficiale in Italia la notizia della liberazione, è un susseguirsi di telegrammi e telefonate di ringraziamento e di gioia. Il premier Prodi, nonostabnte la maratona delle pensioni, ha scritto un messaggio al presidente Arroyo per ringraziare lo sforzo investigativo della polizia locale. Grande soddisfazione del Presidente della repubblica Ggiorgio Napolitano che ha "vivamente ringraziato il presidente delle Filippine, Gloria Macapagal-Arroyo ed il governo filippino per il loro decisivo impegno per la liberazione di padre Bossi". Il Capo dello stato ha ringraziato "le istituzioni italiane ed i loro rappresentanti nelle Filippine che si sono adoperati con tenacia per la positiva conclusione della vicenda".
I messaggi del Presidente della Camera Fausto Bertinotti, del ministro degli Esteri Massimo D'Alema che ha ringraziato "chi ha garantito la cooperazione" e del ministro Rosy Bindi. A mezzogiorno, a Milano, è stata rimossa la gigantografia da Palazzo Marino. Soddisfazione della Cei. Anche Benedetto XVI "ringrazia lo stato italiano" come ha detto il ministro degli Esteri-cardinal Bertone al telefono con Prodi.
 

 


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