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2008 Elezioni Usa: quando i
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"Hanno detto che erano uomini di Abu
Sayyaf e che mi prendevano per i soldi" "Il mio cuore è
nella mia parrocchia e con i bambini di Payao"
Padre Bossi: "Rapito perché italiano"
Pesce e riso: il racconto
della prigionia
Il
missionario non vuole tornare subito in Italia. Ha
incontrato il presidente Arroyo - Il Papa telefona a
Prodi e "ringrazia" l'Italia. I messaggi di Napolitano e
di Bertinotti
Fonte: Repubblica
la conferenza stampa di padre
Bossi
MANILA - "Mi hanno rapito
perchè sono italiano". Il giorno dopo la liberazione
Padre Bossi parla a Radio Vaticana, e rivela che i
sequestratori volevano solo soldi, soldi per poter
comprare le armi. Il religioso, dunque, era un obiettivo
interessante perché "il governo di Roma avrebbe cercato
in tutti sensi la sua liberazione".
Volto scavato, molto dimagrito, gli occhi stanchi, un "vecchio"
rispetto all'uomo robusto di 39 giorni fa, prima del
rapimento, padre Bossi si concede ai microfoni dei
giornalisti filippini, che lo hanno atteso nel posto di
polizia di Zamboanga, la città nel sud delle Filippine
capitale della regione dove il missionario è stato
rapito il 10 giugno. "Il mio cuore è rimasto a Payao,
voglio tornare dai miei bambini e dai miei parrocchiani"
sono state le prime parole del sacerdote di
Abbiategrasso.
"Il mio cuore a Payao" - E' il suo primo desiderio
nonostante la prigionia di 39 giorni fatta di marce
forzate nella giungla e di pasti a base di sale, riso e
pesce. Adesso, in questo posto di polizia in mezzo alla
vegetazione della jungla e a soldati in divisa, il
missionario, 57 anni, siede a un tavolo, manda giù
pezzettini di pane e sorseggia caffè. "Voglio tornare ad
aiutare la mia gente" dice mescolando inglese al visayan,
la lingua locale: "I miei rapitori mi hanno assicurato
che non mi prenderanno di nuovo e ho gia parlato con la
mia famiglia e li ho avvisati che voglio restare qui per
un pò prima di tornare in Italia". Il Vaticano, intanto,
fa sapere che il missionario resterà nelle Filippine
almeno fino al 5 agosto, dopodichè deciderà se rientrare
in patria o meno.
I sequestratori - Padre Bossi parla anche dei
suoi sequestratori. "Ho memorizzato il loro viso. Mi
dicevo, se ne vedo uno nei paraggi, vado alla polizia e
dico: è lui uno degli uomini che mi ha sequestrato". E'
ancora un mistero se il 10 giugno, mentre era nei pressi
della sua parrocchia a Payao, sull'isola di Mindanao,
sia stato rapito da un gruppo di ribelli locali e da una
cellula legata ad Abu Sayyaf, il più feroce luogotenente
di Al Qaeda in Estremo Oriente. Padre Bossi rivela un
dettaglio: "Erano armati e si sono presentati come
appartenenti al gruppo di Abu Sayyaf". Ma potrebbe
essere un'informazione falsa, data apposta per depistare
le indagini. Molti indizi infatti portano a sospettare
il Fronte Moro per la liberazione islamica (Fmli), il
principale gruppo separatista delle Filippine. I
sequestratori prendevano ordine da qualcuno mediante il
cellulare e avevano chiesto un riscatto di un milione di
dollari per finanziare un'operazione di guerriglia. "Ero
lo strumento nelle loro mani per raccogliere denaro.
Quando mi hanno preso me lo hanno detto, ti prendiamo
per i soldi" ha spiegato aggiungendo anche i nomi di tre
dei suoi rapitori (Abu Khalid, Abu Jari e Abu Biya).
"Mi sento responsabile" - Padre Bossi ha detto di
sentirsi "responsabile" per la morte dei quattordici
militari fillippini che, all'inizio del mese, erano
impegnati a cercarloo ed sono rimasti vittime di un'
imboscata.I quattordici marines facevano parte di un
gruppo di cinquanta soldati che si era addentrato, lo
scorso 10 luglio, in cerca di padre Bossi nel territorio
controllato dal Fronte Moro di Liberazione Islamica (Fmli),
nelle immediate vicinanze del villaggio di Tipo Tipo, a
circa 950 chilometri a sud di Manila, nell'isola di
Basilan. Circa trecento miliziani del Fmli avevano
creduto che l'esercito avesse sferrato un attacco e,
nonostante la tregua, hanno aperto il fuoco. "Voglio
incontrare le loro famiglie, cercherò di vedere cosa
posso fare per aiutarli" ha aggiunto padre Bossi.
Nessun riscatto - Gli investigatori e le autorità
filippine, che ancora tacciono sulla natura del gruppo
che ha sequestrato il missionario, si affrettano invece
a dire che non è stato pagato alcun riscatto. Padre
Bossi poi è arrivato a Manila dove ha incontrato il
presidente Gloria Arroyo.
Messaggi e ringraziamenti - Da ieri sera, quando
intorno alle 21 è diventata ufficiale in Italia la
notizia della liberazione, è un susseguirsi di
telegrammi e telefonate di ringraziamento e di gioia. Il
premier Prodi, nonostabnte la maratona delle pensioni,
ha scritto un messaggio al presidente Arroyo per
ringraziare lo sforzo investigativo della polizia
locale. Grande soddisfazione del Presidente della
repubblica Ggiorgio Napolitano che ha "vivamente
ringraziato il presidente delle Filippine, Gloria
Macapagal-Arroyo ed il governo filippino per il loro
decisivo impegno per la liberazione di padre Bossi". Il
Capo dello stato ha ringraziato "le istituzioni italiane
ed i loro rappresentanti nelle Filippine che si sono
adoperati con tenacia per la positiva conclusione della
vicenda".
I messaggi del Presidente della
Camera Fausto Bertinotti, del ministro degli Esteri
Massimo D'Alema che ha ringraziato "chi ha garantito la
cooperazione" e del ministro Rosy Bindi. A mezzogiorno,
a Milano, è stata rimossa la gigantografia da Palazzo
Marino. Soddisfazione della Cei. Anche Benedetto XVI "ringrazia
lo stato italiano" come ha detto il ministro degli
Esteri-cardinal Bertone al telefono con Prodi.
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