Il paziente maschio presentava una particolare malattia genetica (sindrome di Klinefelter) che ne aveva determinato l’assenza totale di cellule germinali nel testicolo e pertanto l’assenza completa di spermatozoi nel liquido seminale (azoospermia). Grazie ad una particolare tecnica microscopica di prelievo testicolare multiplo è stato possibile raccogliere prima e congelare poi alcune cellule germinali mature (spermatidi allungati).
In una seconda fase, sempre in laboratorio, le cellule ritrovate opportunamente scongelate sono state microiniettate nelle uova congelate materne. E’ importante sottolineare che gli embrioni formati sono stati trasferiti nell’utero della donna durante un ciclo naturale, senza cioè alcun tipo di preparazione o stimolazione ormonale. E’ nato, nonostante la patologia genetica paterna, un bambino maschio totalmente sano.
La
tecnica riveste particolare importanza per le
molteplici coppie che in Italia ogni anno effettuano
la fecondazione in vitro. Il timore di doversi
sottoporre ripetutamente a procedure di stimolazione
ormonale ovarica, per il divieto di congelare
embrioni, spinge queste coppie ad affrontare
difficili e costosi viaggi della speranza
all’estero, mentre ora è possibile, pur nel rispetto
dell’attuale normativa, ottenere soddisfacenti
risultati anche nei casi dapprima ritenuti
insolubili, come quello illustrato da Fertility and
Sterility.
L'acronimo Fivet (Fertilizzazione in vitro con embryo transfer) è utilizzato per definire una tecnica di procreazione assistita tra le più comuni: si tratta della fecondazione in vitro con successivo trasferimento dell’embrione così formato nell’utero della donna.
La tecnica fu sviluppata nel Regno Unito da Patrick Steptoe e Robert Edwards. Il primo essere umano nato da questa tecnica fu Louise Brown nata a Londra il 25 luglio 1978.
Di seguito viene riportata una riduzione divulgativa e a carattere generale delle diverse procedure (Protocolli) adottate per la FIVET. In alcuni Paesi, tra i quali l'Italia, la legge prevede delle limitazioni anche notevoli a tali procedure (per maggiori informazioni vedere il paragrafo Legge 40/2004).
La procedura si divide nelle seguenti fasi:
Alla donna
vengono somministrati per via intramuscolare o
sottocutanea dei farmaci (gonadotropine) finalizzati
all'iperovulazione cioè allo sviluppo di più
follicoli e quindi di un numero maggiore di cellule
uovo (nel ciclo spontaneo ne viene prodotta di
solito una sola), di modo che possa essere prelevato
un numero maggiore di ovociti. La paziente viene
sottoposta ad un monitoraggio teso a individuare il
momento adatto a condurre a maturazione gli ovociti
(ad esempio con la somministrazione di gonadotropine
corioniche). Si procede quindi all'aspirazione
ecoguidata dei follicoli, al fine di recuperare gli
ovociti maturati.
Il liquido follicolare viene esaminato in
laboratorio e ne vengono recuperati gli ovociti
ritenuti idonei alla fecondazione in base alla sola
osservazione morfologica degli stessi, eseguita la
microscopio. I gameti, cioè il seme maschile e
l’ovocita della donna, vengono collocati insieme in
un apposito recipiente affinché uno spermatozoo
penetri nell’ovocita. Vengono a volte utilizzate
delle tecniche di fertilizzazione assistita come
l'ICSI (Intracytoplasmatic Sperm Injection, o
iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo),
tramite la quale lo spermatozoo viene iniettato
direttamente nel citoplasma dell'ovocita.
L’embrione così formatosi viene introdotto in utero
per via vaginale, normalmente entro 72 ore, nella
speranza che si annidi, cioè che “metta radici”
nella mucosa uterina (endometrio) e possa ricevere
dalla donna alimento, calore ed energie per
continuare a svilupparsi.
Le percentuali di successo sono influenzate da molti
fattori:
la risposta da
parte della donna alle terapie: in molti casi non
viene prodotto un numero sufficiente di follicoli ed
è quindi necessario ripetere la terapia con dosaggi
diversi;
la presenza di ovociti nel liquido follicolare: in
alcuni casi gli ovociti non sono maturi e
fecondabili o sono assenti;
il grado di maturazione degli ovociti prelevati;
la fertilità della paziente, che è molto influenzata
dall'età;
Le percentuali di successo di questa metodica sono,
pertanto, estremamente variabili.
Per aumentare le percentuali di successo viene utilizzato il metodo di trasferire nell’utero un numero multiplo di embrioni valutato di caso in caso in modo da raggiungere un compromesso tra le probabilità di successo e il rischio di gravidanze plurigemellari; generalmente vengono trasferiti, ove siano disponibili, non più di tre embrioni. Le linee guida della ESHRE (European Society for Human Reproduction & Embryology) suggeriscono di impiantare non più di due/tre embrioni. L'introduzione della definizione di un numero massimo di embrioni impiantabili tende a prevenire gravidanze plurigemellari le quali presentano nella grande maggioranza dei casi notevoli rischi sia per la salute della donna, sia per quella dei nascituri. Prevenendo a monte l'insorgere di una gravidanza plurigemellare a seguito di una PMA (procreazione medicalmente assistita), si evita inoltre il dover ricorrere, come avveniva talvolta in passato, a tecniche d'emergenza quali la “riduzione embrionaria”, non sempre in grado né di garantire il proseguimento della gravidanza, né di salvaguardare la salute della donna. La riduzione embrionaria, solitamente eseguita nell'ottava settimana di gravidanza, prevede l'induzione della morte di un embrione (o più) inniettando direttamente nel suo cuore, attraverso la parete addominale materna, un farmaco (generalmente cloruro di potassio) che provoca l'arresto cardiaco. La morte dell'embrione dovrebbe provocarne l'eliminazione e garantire la sopravvivenza di quello (o quelli) rimasti. Tuttavia, in diversi casi, l'operazione ha condotto ad una completa interruzione della gravidanza e ad infezioni a carico della donna, con notevoli rischi sulla sua futura capacità di procreare.
Poiché l’iperstimolazione gonadotropinica che potrebbe insorgere a seguito delle tecniche tese a innescare l'iperovulazione presenta notevoli rischi per la salute della donna e il successivo prelievo di ovociti è comunque un piccolo intervento chirurgico poco gradevole, si cerca di ottenere in un solo ciclo il massimo numero possibile di ovociti, i quali vengono fecondati tutti e poi trasferiti in utero - se ve ne sono di adatti - solo alcuni, mentre - laddove ne siano disponibili - vengono conservati gli altri in vista di eventuali ulteriori tentativi. La conservazione viene effettuata congelando gli embrioni a 196 gradi centigradi sotto lo zero (crioconservazione), con uso di azoto liquido.
Fino ad oggi non sono sufficientemente sviluppate tecniche tese a congelare e quindi scongelare gli ovociti senza interferire negativamente e in modo significativo sulla loro vitalità e capacità di essere fecondati. Tecniche simili sembrano avere migliori risultati quando applicate agli embrioni e agli spermatozoi. Diversi centri medici specializzati nella ricerca sulla fecondazione assistita, pertanto, raccomandano la congelazione degli embrioni cosiddetti “soprannumerari”.
Fonte: European Hospital Roma 2007, wikipedia.it









