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Dei conflitti & delle
pene (d'interesse)
Tutti i media italiani hanno conflitti
d'interesse
di Dom Serafini
30/7/2007
Esiste
il conflitto d'interessi per Silvio Berlusconi? Sicuro. Dovrebbe
Berlusconi liberarsi dei suoi interessi per poter ricoprire
cariche istituzionali? No, nelle condizioni che vigono
attualmente. Allora, dov'é la logica? In Italia.
Il Governo di Romano Prodi non puó pretendere che, il leader
dell'opposizione, Berlusconi, si disarmi unilateralmente.
L'Italia é un paese dove c'é bisogno di avere armi mediatiche e
gli Agnelli sono stati i primi a capirne la necessitá.
Questa necessitá esiste per vari motivi, tra i quali: la
Costituzione, che non garantisce completa libertá di stampa;
l'autoritá della Privacy, che punisce gli autori di articoli
investigativi sui poteri; la licenza (revocabile) dei
giornalisti; i finanziamenti statali (controllo politico diretto)
alla stampa e la proprietá conflittuale dei media.
In America i giornali sono un business puro (altrimenti
destinati all'insuccesso e quindi a chiudere) e si identificano
con le testate: “The New York Times”, “The Washington Post,” ecc.
Anzi, piú in generale, questi vengono identificati come “la
stampa americana”. In Italia, invece, non c'é una “stampa”. Ci
sono diverse “stampe”, tutte di parte e rappresentate da varie
testate che vengono identificate con la proprietá. Pertanto si
ha: il giornale di Confindustria (Il Sole 24 Ore), il giornale
dell'ing. Carlo De Benedetti (la Repubblica), il giornale della
famiglia Agnelli/Fiat (La Stampa), il giornale dei poteri forti
(Il Corriere della Sera). Poi, le televisioni di Berlusconi (Mediaset),
quelle “cattoliche” ecc.
In altre parole c'é sempre un giornale di qualcuno, mai del
lettore. Alla fine, comunque, alcuni lettori riescono ad
ottenere notizie adeguate, ma solamente miscelando
l'informazione proveniente da diversi giornali.
Non sorprende, quindi, che vari organi di controllo sulla
libertá di stampa internazionale, come la Freedom House di
Washington, DC, ponga l'Italia al 40mo posto, dopo Panama.
Considerando le condizioni in cui lavorano, i giornalisti e
redattori italiani possono essere considerati bravi. In generale,
i redattori non ricevono istruzioni dirette su come trattare una
notizia, ma anni di praticantato hanno insegnato loro a rigirare
la notizia secondo l'orientamento della testata. Se “la
Repubblica” vede la notizia come un bicchiere “mezzo pieno” per
il governo di Romano Prodi, “Il Giornale” di Berlusconi la vedrá
“mezzo vuoto”.
Ci sono, peró, tanti elementi accettati dai direttori, quindi
dalla proprietá, che stanno ad indicare come per i giornali
italiani, i lettori rappresentino solamente un valore aggiunto:
una specie di bonus. Ad esempio, quasi tutti i giornali italiani
hanno in comune la propensione all'approssimazione: poche volte
vengono indicati i nomi assieme ai cognomi; mai un riassunto di
ció che é accaduto in precedenza (pertanto chi si é perso una
puntata riuscirá a capire ben poco), molte volte i titoli non
ricalcano il contenuto dell'articolo e, spesso, il riferimento
al titolo é in fondo al testo (quindi non importante come il
titolo lo vorrebbe far credere).
Inoltre, la stampa italiana non impiega gli “ombudsmen” che
criticano internamente gli articoli pubblicati con lo scopo di
farli migliorare (anche perché ci andrebbe di mezzo il direttore
e, quindi, la proprietá). La critica é solamente intesa come
arma politica d'assalto. Né i giornali permettono interventi di
editorialisti di schieramenti opposti.
Intorno alle testate si sono poi creati nuclei di intellettuali
mono-cromatici, spesso definiti “l'esercito di penne”, che
pensano a legittimare e/o a delegittimare un politico o una
posizione politica. Questi vengono poi ricompensati con la
pubblicazione di libri che sono spesso fonti di perdite per le
case editrici. Ma ció non é considerato un problema, dopotutto
la stampa in Italia non é un business, bensí un mezzo per
arrivare a fare ben altro business (senza paura di conflitti
d'interesse).
A queste condizioni é quindi normale che ci sia una sinergia con
la politica, la quale, tramite lo Stato, assiste la stampa
stanziando annualmante millioni di euro come sussidi diretti,
piú milioni come sconto sulla carta e per la diffusione
all'estero (ad esempio, “la Repubblica” riceve dallo Stato oltre
1,35 milioni di euro l'anno e “Il Corriere della Sera” 714.000
euro per la diffusione all'estero). Questi finanziamenti,
comunque, non sono considerati conflitti d'interesse, bensí
assistenzialismo (seppur ai ricchi).
Ritornando alla premessa iniziale: Berlusconi dovrebbe liquidare
i suoi media solamente se a farlo fossero anche De Benedetti, la
Confindustria, i soci nel patto di sindacato (il cartello) de
“Il Corriere della Sera” e gli Agnelli: alcuni dei tanti
operatori che, seppur non direttamente in politica, sono in
effetti i burattinai della politica. Vale la pena ripetere che,
nelle condizioni in cui si trova la stampa attualmente in
Italia, Prodi non puó in tutta onestá chiedere a Berlusconi di
disarmarsi unilateralmente.
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