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2 Luglio 2009            
 
Contrordine: il dolore non ti rende più forte
d
i RICCARDO LATTANZI/La Stampa

Il dolore è una dote per un animo duro», recita un aforisma di J.R.R. Tolkien, ma il Rambo di turno farebbe meglio a non prenderlo alla lettera. Secondo uno studio sulla rivista «Arthritis & Rheumatism», il dolore potrebbe essere qualcosa di più di un semplice campanello d'allarme e sopportarlo in silenzio non sarebbe la soluzione più saggia. «Il dolore potrebbe essere non solo la conseguenza, ma anche la concausa di alcune malattie - spiega l’autore principale, Paolo Fiorentino -. Quindi è importante bloccarlo dai primi sintomi». La sorprendente scoperta è frutto di una ricerca sulle cause dell'osteoartrosi, un progetto tra la facoltà di medicina della University of Rochester, negli Usa, e il dipartimento di ortognatodonzia dell'Università di Torino.

«La percezione del dolore è un segnale che viaggia lungo fibre nervose dall'articolazione artrosica fino alla spina dorsale, dove induce il rilascio di una serie di mediatori chimici - spiega il ricercatore -. Queste sostanze si propagano nel sistema nervoso centrale e determinano la produzione e diffusione di alcune proteine che, quando tornano all'articolazione, causano un peggioramento dell'infiammazione e un aumento del dolore, instaurando un vero e proprio circolo vizioso». L'interruzione di questo sistema di comunicazione bidirezionale tra articolazione e spina dorsale potrebbe, quindi, essere la chiave per una cura. Il team ha dimostrato (con topi affetti da osteoartrosi), che, bloccando i recettori per l'Interleukina 1-beta, una proteina rilasciata dalle cellule del sistema immunitario e responsabile di alcuni processi infiammatori, non solo il dolore alle articolazioni diminuisce, ma si osserva anche una progressiva guarigione della malattia.

 

L'osteoartrosi colpisce milioni di persone ed è la prima causa di malattia alle articolazioni. E' una malattia cronica degenerativa delle cartilagini articolari, responsabile di forti dolori e che culmina, dopo anni, nel blocco dell'articolazione stessa. Se i risultati dell'articolo fossero confermati da studi clinici sull’uomo, le tradizionali terapie farmacologiche, dirette a combattere l'infiammazione all'articolazione, potrebbero dimostrarsi inadeguate, perché non attaccano il meccanismo di trasmissione del segnale di dolore dalla spina dorsale verso l'articolazione. Anzi, spesso i medici scelgono di non somministrare antidolorifici, per il timore che il paziente compia sforzi eccessivi che aumenterebbero l'infiammazione. Secondo Fiorentino, invece, una forte terapia antidolore fin dai primi sintomi dell'artrosi potrebbe bloccare la produzione di IL-1 e rallentare l'insorgere della malattia.

La scoperta che il dolore possa essere la concausa di una malattia costituisce una svolta radicale per la conoscenza medica, le cui implicazioni potrebbero andare ben oltre il trattamento dell'artrosi. «Tutte le patologie caratterizzate da dolore cronico, come la fibromialgia, una malattia reumatica che colpisce i muscoli, potrebbero condividere un simile meccanismo - sostiene Fiorentino -. Studiando la generazione e trasmissione del dolore, potremo trovare cure più efficaci e definitive». Se proviamo a visualizzare uno stimolo doloroso che bersaglia cronicamente il sistema nervoso, possiamo immaginare come a lungo andare alcuni dei neuroni colpiti finiscano con il subire qualche cambiamento biochimico e funzionale. Si capisce, quindi, come un controllo più congruo del dolore possa influenzare il progredire di una malattia, oltre che portare maggior sollievo al paziente.

«La ricerca ha le sue fasi e non bisogna affrettare le conclusioni - ricorda però lo studioso -. Senza la sperimentazione clinica non abbiamo la certezza che i nostri risultati siano validi sull'uomo». Lui, uno dei tanti talenti nostrani finiti all'estero e membro di ISSNAF, la fondazione che raccoglie gli scienziati e gli intellettuali italiani in Nord America, è ottimista e già immagina un futuro, dove, «grazie alla terapia genetica, certe patologie potrebbero essere curate ancor prima che si manifestino». Se si resta all'artrosi, la possibilita di agire sui geni per interrompere la produzione di IL-1 al presentarsi dei primi sintomi darebbe all'articolazione il tempo necessario a combattere il processo infiammatorio, perché al «nemico» non potrebbero arrivare i normali rinforzi. Certo, siamo ancora lontani da questi scenari, ma grazie allo studio di Fiorentino, che ha aperto le porte ad una nuova concezione del dolore, migliori terapie basate su medicinali esistenti potrebbero arrivare già tra qualche anno.

 


 
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