Il dolore è una dote per un animo
duro», recita un aforisma di J.R.R.
Tolkien, ma il Rambo di turno
farebbe meglio a non prenderlo alla
lettera. Secondo uno studio sulla
rivista «Arthritis & Rheumatism», il
dolore potrebbe essere qualcosa di
più di un semplice campanello
d'allarme e sopportarlo in silenzio
non sarebbe la soluzione più saggia.
«Il dolore potrebbe essere non solo
la conseguenza, ma anche la concausa
di alcune malattie - spiega l’autore
principale, Paolo Fiorentino -.
Quindi è importante bloccarlo dai
primi sintomi». La sorprendente
scoperta è frutto di una ricerca
sulle cause dell'osteoartrosi, un
progetto tra la facoltà di medicina
della University of Rochester, negli
Usa, e il dipartimento di
ortognatodonzia dell'Università di
Torino.
«La percezione del dolore è un
segnale che viaggia lungo fibre
nervose dall'articolazione artrosica
fino alla spina dorsale, dove induce
il rilascio di una serie di
mediatori chimici - spiega il
ricercatore -. Queste sostanze si
propagano nel sistema nervoso
centrale e determinano la produzione
e diffusione di alcune proteine che,
quando tornano all'articolazione,
causano un peggioramento
dell'infiammazione e un aumento del
dolore, instaurando un vero e
proprio circolo vizioso».
L'interruzione di questo sistema di
comunicazione bidirezionale tra
articolazione e spina dorsale
potrebbe, quindi, essere la chiave
per una cura. Il team ha dimostrato
(con topi affetti da osteoartrosi),
che, bloccando i recettori per
l'Interleukina 1-beta, una proteina
rilasciata dalle cellule del sistema
immunitario e responsabile di alcuni
processi infiammatori, non solo il
dolore alle articolazioni diminuisce,
ma si osserva anche una progressiva
guarigione della malattia.
L'osteoartrosi colpisce milioni di
persone ed è la prima causa di
malattia alle articolazioni. E' una
malattia cronica degenerativa delle
cartilagini articolari, responsabile
di forti dolori e che culmina, dopo
anni, nel blocco dell'articolazione
stessa. Se i risultati dell'articolo
fossero confermati da studi clinici
sull’uomo, le tradizionali terapie
farmacologiche, dirette a combattere
l'infiammazione all'articolazione,
potrebbero dimostrarsi inadeguate,
perché non attaccano il meccanismo
di trasmissione del segnale di
dolore dalla spina dorsale verso
l'articolazione. Anzi, spesso i
medici scelgono di non somministrare
antidolorifici, per il timore che il
paziente compia sforzi eccessivi che
aumenterebbero l'infiammazione.
Secondo Fiorentino, invece, una
forte terapia antidolore fin dai
primi sintomi dell'artrosi potrebbe
bloccare la produzione di IL-1 e
rallentare l'insorgere della
malattia.
La scoperta che il dolore possa
essere la concausa di una malattia
costituisce una svolta radicale per
la conoscenza medica, le cui
implicazioni potrebbero andare ben
oltre il trattamento dell'artrosi. «Tutte
le patologie caratterizzate da
dolore cronico, come la fibromialgia,
una malattia reumatica che colpisce
i muscoli, potrebbero condividere un
simile meccanismo - sostiene
Fiorentino -. Studiando la
generazione e trasmissione del
dolore, potremo trovare cure più
efficaci e definitive». Se proviamo
a visualizzare uno stimolo doloroso
che bersaglia cronicamente il
sistema nervoso, possiamo immaginare
come a lungo andare alcuni dei
neuroni colpiti finiscano con il
subire qualche cambiamento
biochimico e funzionale. Si capisce,
quindi, come un controllo più
congruo del dolore possa influenzare
il progredire di una malattia, oltre
che portare maggior sollievo al
paziente.
«La ricerca ha le sue fasi e non
bisogna affrettare le conclusioni -
ricorda però lo studioso -. Senza la
sperimentazione clinica non abbiamo
la certezza che i nostri risultati
siano validi sull'uomo». Lui, uno
dei tanti talenti nostrani finiti
all'estero e membro di ISSNAF, la
fondazione che raccoglie gli
scienziati e gli intellettuali
italiani in Nord America, è
ottimista e già immagina un futuro,
dove, «grazie alla terapia genetica,
certe patologie potrebbero essere
curate ancor prima che si
manifestino». Se si resta
all'artrosi, la possibilita di agire
sui geni per interrompere la
produzione di IL-1 al presentarsi
dei primi sintomi darebbe
all'articolazione il tempo
necessario a combattere il processo
infiammatorio, perché al «nemico»
non potrebbero arrivare i normali
rinforzi. Certo, siamo ancora
lontani da questi scenari, ma grazie
allo studio di Fiorentino, che ha
aperto le porte ad una nuova
concezione del dolore, migliori
terapie basate su medicinali
esistenti potrebbero arrivare già
tra qualche anno.