Finite le riunioni di lavoro,
il presidente americano Barack
Obama ha voluto visitare con il
premier Berlusconi il centro del
capoluogo abruzzese, tra le
macerie, i ponteggi, le ferite
ancora vive del terremoto
Resterà una delle immagini più
emblematiche di questa prima,
lunga giornata di G8 a L'Aquila.
Finite le riunioni di lavoro, il
presidente americano
Barack Obama ha voluto
visitare personalmente
il
centro dell'Aquila, tra
le macerie, i ponteggi, le
ferite ancora vive del terremoto
del 6 aprile.
Immagini che ricordano quelle
dell'11
settembre: il centro
storico del capoluogo abruzzese,
ridotto a città fantasma,
ricorda da vicino il "ground
zero" di New York, tra vigili
del fuoco stanchi e impolverati,
i caschi di sicurezza
d'ordinanza (ma l'incombenza è
risparmiata sia a Obama che a
Berlusconi), il silenzio di una
città spenta interrotto dagli
allarmi degli antifurto in case
vuote da mesi.
E proprio
i
vigili del fuoco, eroici
in quelle terribili ore dopo il
sisma, impegnati giorno e notte
a puntellare gli edifici storici
dell'Aquila, sono al centro
delle attenzioni del presidente
americano: li saluta, stringe
loro la mano, sorride e si
complimenta: «Avete fatto un
gran lavoro, davvero». E loro
ricambiano con applausi, anche
quelli sospesi a dieci metri dal
suolo su una piattaforma per
tentare la miracolosa salvezza
del campanile della Chiesa delle
Anime Sante, in Piazza Duomo.
Obama, senza giacca e con le
maniche di camicia arrotolate,
ha ascoltato con volto serio e
pensoso le spiegazioni di
Berlusconi sui disastri del
terremoto ma anche sui criteri
con cui è stata pianificata la
rinascita dell'Aquila, con case
antisismiche d'avanguardia.
Dal presidente americano un
caloroso saluto anche alle
istituzioni aquilane: il sindaco
Massimo Cialente, il presidente
della Provincia Stefania
Pezzopane e quello della Regione
Gianni Chiodi. Pochi, invece,
gli aquilani ad accogliere il
presidente Usa (l'intera zona
d'altronde è disabitata e le
norme di sicurezza sono ferree),
ma ad Obama non sarà sfuggito,
anche se chiuso nella grande
jeep con i vetri oscurati e le
bandiere americane che lo ha
condotto al centro storico,
l'ironico striscione degli
sfollati, sventolato al suo
passaggio: «Yes we camp».