20 ottobre 2007
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L'assegnazione del premio Nobel per la
Medicina all'italo americano Mario Capecchi ha aperto un nuovo dibattito,
sui media, relativamente al tema della fuga dei cervelli dal nostro Paese.
A mio avviso bisogna chiarire innanzitutto che Mario
Capecchi non può rappresentare il paradigma di questo fenomeno. Capecchi è
un italiano solo di nascita, per parte di padre, che ha perso in tenera
eta', deceduto in Africa, quale ufficiale dell'Aeronautica italiana, durante
l' ultima guerra mondiale. Sua madre, Lucia Ramburg, era una scrittrice
americana, che, per la sua forte avversione ai regimi fascisti e nazista, fu
deportata in Germania nel campo di concentramento di Dacum. Appena liberata
dagli americani, si trasferi' subito dopo con il suo unico figlio Mario a
Princeton, negli Stati Uniti, presso i suoi diretti parenti, benestanti e di
elevato livello sociale e culturale. Certamente, il futuro premio Nobel subi'
il fascino scientifico di uno zio, noto professore di Fisica dell'
Universita' di Princeton. Dunque, Capecchi ha studiato e si e' formato
unicamente negli USA sin dalle prime classi elementari, e, precisamente,
dall' eta' di 9 anni, non conosce la lingua Italiana se non "ciao" e
"arrivederci". E’, pertanto, quanto meno fuorviante parlare di fuga dei
cervelli prendendo spunto dal Nobel assegnato a Mario Capecchi. Semmai va
stigmatizzato il fatto che l'Italia non rinuncia quasi mai a vantare primati
anche quando non le spettano.
Ciò detto, vale la pena soffermarsi sul vero nodo
della ricerca in Italia. Una premessa: è fuor di dubbio che un ricercatore
non debba necessariamente lavorare in Italia e che spesso molti ricercatori
hanno una vita divisa in più patrie. Si tratta di un bagaglio formativo
fondamentale. E magari qualcuno si stabilisce all'estero solo perché ha
trovato moglie e famiglia. Ma non bisogna confondere la presenza di
ricercatori italiani all'estero per scelte formative e familiari con il
fenomeno che vede decine e decine di valenti scienziati, in ogni campo del
sapere, andare all'estero per scelte dettate da difficoltà scientifiche
ambientali al solo fine di realizzare un proprio progetto professionale, una
propria idea, ovvero per esprimere il proprio sapere scientifico mortificato
in Patria. Chi per questo decide di vivere all'estero e raggiunge poi
notevoli eccellenze ed alte creativita’
Ormai si contano a migliaia i ricercatori italiani che
vanno all'estero, nelle grandi capitali della ricerca e si affermano in
tutti i campi in cui si cimentano.Nella medicina poi i ricercatori italiani
sono ambìti per la loro preparazione di base, per la serietà, per la loro
dedizione ed anche per il desiderio di emergere e vincere in un ambiente
così tanto stimolante e competitivo. Riuscire a sviluppare nel giro di
quattro/cinque anni un proprio programma indipendente di ricerca, dirigere
programmi importanti in compagnie biotecnologiche, in accademie, in istituti
di ricerca. E poi ordinare del materiale biologico per un esperimento e
averlo in quarantotto ore ed anche meno sono tutte opportunità che,
purtroppo, nel nostro Paese ancora mancano per l' assoluta insensibilita' di
coloro che amministrano la cosa pubblica, e che sono, tuttavia, anche alla
base dell'emigrazione di cervelli. Non che siano tutte rose e fiori: agli
inizi gli americani non pagano affatto a peso d'oro un ricercatore che
proviene dall'estero. Lì lo mettono a dura prova e a volte sottopagano,
persino. L'investimento diventa invece cospicuo. In Italia manca ancora una
volontà politica unitaria per fare della ricerca una delle prinicipali
risorse e ricchezze del Paese. Manca la capacità istituzionale di guardare
lontano. La ricerca non porta voti.I privati devono essere stimolati a
investire. Ma il primo investimento dev'essere soprattutto pubblico. La
ricerca deve diventare un prioritario interesse nazionale. Lo Stato ha il
dovere di trovare e creare le risorse per sostenere e tutelare l'attività di
migliaia di giovani che ha formato - spesso in modo eccezionale - in tanti
anni scolastici. Giammai investire su ricercatori nella fase finale della
loro carriera. La maggior parte del lavoro creativo avviene tra i venti e i
quarant'anni. E' su questa fascia di pensatori e di sperimentatori che
bisogna indirizzare le risorse finanziarie. Bisogna creare competizione,
vigilare con maggiore attenzione la destinazione delle già attuali e scarse
risorse, che devono essere date con criteri esclusivamente meritocratici e
sulla base di progetti con tre caratteristiche: originalità, qualità e
potenzialità di sviluppo. Ed infine, attenzione alle scelte di coloro che
devono essere chiamati a giudicare: che non siano da correnti politiche e/o
consorterie lobbiche dominanti.
Dr. Prof. Antonio Giordano / Le Notizie USA
*Direttore Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine Philadelphia, USA. Professore di Anatomia ed Istologia Patologica, Dipartimento di Patologia Umana ed Oncologia Università di Siena |















