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Una soluzione politica per l’Iran è ancora possibile, se i mullah sono deboli e divisi
Teheran, l’ultima spiaggia della diplomazia
di Dario Rivolta
Fonte: opinione.it
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19 settembre 2007

Pur se i media italiani ritornano sulla complicata questione della crisi iraniana solo sporadicamente e in occasioni di dichiarazioni eclatanti di qualche protagonista della scena internazionale, la situazione non è stata affatto congelata né è andata semplificandosi. Anzi. Il Ministro francese Kouchner, che dichiara quasi ineluttabile una guerra contro l’Iran, non è uno sprovveduto guerrafondaio, così come non è un pacifista oltranzista D’Alema, Ministro della guerra in Kosovo, quando sostiene che quella guerra sarebbe un disastro peggiore dell’Iraq. La realtà è molto complessa e, paradossalmente, entrambi hanno ragione da vendere. Nonostante la Dirigenza Iraniana continui a sostenere la volontà assolutamente pacifica del cammino verso il nucleare, che si arresterà alle centrali civili, è evidente a tutti i politici e agli osservatori che il vero obiettivo del regime dei mullah è l’arma atomica. Com’è tradizione della furbizia mediorientale, e come fece lo stesso Saddam Hussein, Teheran lancia ogni tanto delle esche per dare l’impressione di fatti nuovi nel cammino diplomatico e per dare ai contrari alla guerra in Occidente l’alibi di continuare a sperare in una soluzione non bellica.

Ad ogni passo avanti, però, seguono due passi indietro, si mischiamo blandizia e minacce, si annuncia disponibilità verso El Baradei e si impedisce, contemporaneamente, a lui la visione di alcuni luoghi e procedure. Si annuncia l’operatività di 10.000 centrifughe per l’arricchimento dell’uranio e si dichiara che la volontà del Governo è comunque la negoziazione. Ogni giorno che passa, anche i più strenui difensori della via diplomatica devono prendere atto che non ci sono passi in avanti e che il tempo gioca a favore dell’atomica iraniana. Qualcuno già comincia a pensare che la via di non ritorno sia già stata imboccata. Dall’altra parte, quale può essere l’oggetto della negoziazione? Le contropartite che l’Iran domanderebbe sono di due tipi: la fine delle ostilità-confronto con gli USA e il riconoscimento di un ruolo egemone all’Iran in tutta la Regione. Se si percorresse questa strada, oggi il risultato sarebbe: aiuti economici da Usa ed Europa al regime dei “Barbuti” con un loro conseguente rafforzamento politico interno che tradirebbe, almeno nel medio termine, le aspettative di tutti i riformisti di ogni genere presenti in quel Paese. Inoltre, il riconoscimento di un’egemonia iraniana troverebbe l’ostilità manifesta di tutti i Paesi arabi della Regione, paradossalmente Siria compresa, che si stabilizzerebbe, ma a mo’ di vassallo iraniano.
 

L’alternativa è forzare il Governo di Teheran ad un accordo, prendendo atto della sua debolezza. Ciò potrebbe avvenire solamente o con prolungate e pesantissime sanzioni internazionali, oggi difficilmente ipotizzabili a causa del ruolo della Cina e soprattutto della Russia, oppure attraverso un bombardamento ben mirato (e necessariamente di successo) su tutti i siti che possono rientrare nel programma nucleare in Iran. Collaterale, ma non sufficiente, è l’azione di disturbo che svolgono le minoranze nazionali nel Paese, con il probabile generoso aiuto degli Americani. Un attacco aereo non garantisce una vittoria certa e causerebbe all’interno del regime, un ricompattamento sulle posizioni del Governo di tutte le forze politiche interne e della maggioranza della popolazione. E’ poi evidente che se i Mullah non fossero colpiti in modo definitivo darebbero immediatamente il via ad una serie di ritorsioni, probabilmente già programmate, belliche e terroristiche. Le prime verso Israele, le seconde in Libano, Palestina, Usa e tutti i Paesi europei che avranno appoggiato l’intervento.

Chi pensa che la classe dirigente iraniana sia un corpo monolitico ed univoco, si sbaglia. Così come si sbaglia chi crede che la semplice minaccia di guerra possa indurla a più miti consigli. Gli iraniani, anche i fanatici fondamentalisti, sono un popolo colto, intelligente, capace di spregiudicatezza. Gli errori dell’Occidente nei rapporti con loro, sono stati numerosi, e, oramai irreversibili. Le vie d’uscita, sempre più strette. E’ per questo che, sia i Kouchner che i D’Alema o i Fini, hanno in qualche senso, tutti ragione.
Ma le sole parole e l’inazione non migliorano le prospettive. Se la via diplomatica è ancora percorribile senza sovvertimenti della stabilità degli equilibri nell’area, deve manifestarsi con risultati molto presto. Così non fosse, ahimè, la guerra per quanto terribile, finisce con il restare l’unica possibilità.

 






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