26 settembre 2007
Cara
Aung San Suu Kyi, sto seguendo con molta emozione gli
sviluppi della situazione nel Suo paese. Anche stamattina, come
accade ormai da otto giorni consecutivi, un migliaio di giovani
monaci buddisti si sono radunati davanti alla millenaria pagoda
di Shwedagon, a Rangoon, per dare vita ad un nuovo corteo contro
il regime militare che da ormai 45 anni tiene saldamente il
potere in Birmania. Nei giorni scorsi, il corteo è diventato
sempre più grande, grazie all'adesione di migliaia di cittadine
e cittadini. Oggi si parla di centomila persone, e lamia
speranza è che questa volta il corteo possa raggiungere
pacificamente 54 University Street, dove Lei si trova agli
arresti domiciliari.
Per noi radicali transnazionali, che in nome
della nonviolenza gandhiana ci siamo sempre battuti per la
promozione dei diritti umani e la democrazia in tutto il mondo,
questa lotta nonviolenta è una prova straordinaria di un paese,
di un popolo intero che chiede libertà, giustizia, e che
combatte senza armi per la propria rinascita. E' una grande
lezione che, su iniziativa dei testimoni più autentici del
buddismo nel Suo paese, il popolo birmano sta dando non solo al
regime militare, ma al mondo intero. So che la giunta ha
minacciato ieri di «prendere misure» contro i manifestanti,
oppure di ricorrere, come nel 1988, all'impiego di infiltrati e
di agenti provocatori per far scoppiare i disordini e così
giustificare una violenta repressione.
Sono convinta che si
tratterebbe di un tragico errore di calcolo.
Gli occhi del mondo sono puntati su quello
che sta accadendo in Birmania. Sia l'Unione europea sia l'Asean
hanno chiesto al regime di non ricorrere alla violenza. Ieri,
all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente Bush
ha annunciato un inasprimento delle sanzioni contro i membri
della giunta. Sappia che anche il governo italiano ha chiesto
alla giunta di aprire un dialogo con i monaci, con i membri
della National League of Democracy e con tutta l'opposizione
birmana, così come chiede che Le venga immediatamente restituita
la libertà.
Cara Aung San Suu Kyi, ho ancora impressi nella
memoria, dal nostro incontro di undici anni fa, quando Lei già
si trovava agli arresti domiciliari, la Sua forza e il Suo
coraggio. Questa forza e questo coraggio sono esattamente ciò di
cui ha più bisogno il popolo birmano. Ho fiducia che una buona
combinazione prodotta dall'azione nonviolenta interna e dalla
pressione esterna delle organizzazioni regionali e multilaterali
nonché dei paesi democratici, possa portare presto, finalmente,
al ristabilimento della libertà. Lei non è sola. I monaci
birmani non sono soli.
Il Suo popolo non è solo.
Ha - avete - tutta la vicinanza, il sostegno e la determinazione
non solo di noi radicali transnazionalima di tutta quella
comunità internazionale impegnata ogni giorno nella costruzione
di un mondo fondato sulla difesa della dignità umana.
Emma Bonino
26 settembre 2007
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Cara
Aung San Suu Kyi, sto seguendo con molta emozione gli
sviluppi della situazione nel Suo paese. Anche stamattina, come
accade ormai da otto giorni consecutivi, un migliaio di giovani
monaci buddisti si sono radunati davanti alla millenaria pagoda
di Shwedagon, a Rangoon, per dare vita ad un nuovo corteo contro
il regime militare che da ormai 45 anni tiene saldamente il
potere in Birmania. Nei giorni scorsi, il corteo è diventato
sempre più grande, grazie all'adesione di migliaia di cittadine
e cittadini. Oggi si parla di centomila persone, e lamia
speranza è che questa volta il corteo possa raggiungere
pacificamente 54 University Street, dove Lei si trova agli
arresti domiciliari. 







